Di generazione in generazione, la passione per i trattori d’epoca non ha età

Marco Rinaldi (primo da sinistra) assieme alla figlia Sara e al papà Alessandro sull’Oto 18. Rinaldi è socio Gamae dal 2017
Marco Rinaldi nel Reggiano ha ereditato dal padre la 'malattia' le macchine âgée. E adesso anche sua figlia Sara è stata contagiata

Probabilmente non è la prima volta che abbiamo a che fare con collezioni che si tramandano di nonno in figlio e poi in nipote. Ma sicuramente è la prima volta che raccontiamo di una passione che dal nonno arriva fino alla nipote.

In principio fu l’Oto
Oltre al “18” (in questa foto), nella collezione di Rinaldi troviamo altri due Oto: C25 R4 e C25 2R3 (nelle 2 foto successive). Anche Lamborghini è rappresentata, con un 2R datato 1966 (nelle terza foto)
Oto C25 R4
Oto C25 2R3
Lamborghini 2R datato 1966

Vediamo di ricostruire la storia. Siamo nel 1950 e Alessandro Rinaldi avvia la sua attività di conto terzi in agricoltura. Lo fa partendo con un Oto Melara ‘18’ a cofano chiuso, a tre ruote, con avviamento a manovella, comperato perché «era il più economico», scherza lui, ma che dopo averci fatto un po’ di pratica, andava che era uno spettacolo. Tanto da vincere anche un premio nel 1948, una medaglia d’oro come primo trattore con motore diesel a iniezione diretta. Al modello 18 seguì un C25 tipo R4, dopo di che decise di prendere un Fordson Major, poi un Nuffield, per passare a Same, Lamborghini e infine a Deutz. Questo fu l’ultimo trattore comperato da Alessandro, che nell’arco di 50 anni di attività ne aveva cambiati 20. Nel frattempo era entrato in azienda anche il figlio Marco Rinaldi, che decise di abbandonare piano piano l’attività in agricoltura per concentrarsi su quella attuale degli spurghi. «Sono ancora iscritto come conto terzi – spiega Marco – ma ho preferito puntare sugli spurghi come attività lavorativa e continuare a coltivare la mia passione per i trattori collezionando pezzi d’epoca».

Il Settebello tedesco
La serie dei sette modelli Fendt di Rinaldi: F15 G Dieselross (in questa foto) e nelle prossime foto F17 del 1959, F17 cabinato, Fix 1 e i tre Fix 2/W rispettivamente del 1960, del 1961 e del 1964. Primo piano dei fanali del Fix 2/W integrati nel cofano (nell'ultima foto)
F17 del 1959
F17 cabinato
Fix 1
I tre Fix 2/W rispettivamente del 1960, del 1961 e del 1964
Primo piano dei fanali del Fix 2/W integrati nel cofano

Una passione veramente contagiosa, tanto che anche la figlia di Marco, Sara Rinaldi, si è fatta coinvolgere. «Mio zio aveva un Fendt Fix 2 e da piccoli io e i miei cugini ci giravamo sempre sopra. In realtà, lo aveva acquistato mio nonno materno, che aveva un’azienda agricola, e mi è sempre rimasto nel cuore». E così si spiega la presenza in collezione di sette modelli Fendt, il primo dei quali, comperato vicino casa, ad Arceto (Re), è proprio lo stesso Fix 2 dello zio. Sara ovviamente sa guidare tutti i “suoi” Fendt e partecipa volentieri ai tour cui prende parte ogni anno papà Marco. «Abbiamo messo su una compagnia di circa venti persone – conferma – e ci divertiamo molto, anche se uno non è un vero appassionato. Anche perché andiamo a vedere posti meravigliosi come lo Stelvio». Il tour dello Stelvio è una delle passioni di Marco, sempre accompagnato da sua moglie Daniela, che apprezza questo modo diverso di viaggiare e di stare in compagnia: nel giugno 2013 ha partecipato con il mitico Oto “18” a tre ruote, vincendo il Gran premio della Montagna Monte Roen. e adesso continua a parteciparvi con i Fendt. «Il bello di collezionare Fendt – aggiunge Marco – è che trovi ancora tutti i pezzi di ricambio originali senza problemi, mentre quelli di Same e Fiat, per esempio, sono ormai introvabili».

Sette volte Fendt

Vediamo più nel dettaglio quali sono questi sette modelli, partendo dal più vecchio, e più raro, ovvero un F15 G Dieselross del 1952, con avviamento a manovella, motore MWM monocilindrico da 15 cavalli di potenza raffreddato ad acqua e barra falciante originale. Questo modello, tra l’altro, ha partecipato al Dieselross Show 2019 che si è tenuto nel Mantovano, assieme a un altro Dieselross di Rinaldi, l’F17 del 1959. Quest’ultimo presenta un motore MWM bicilindrico da 17 cv, raffreddato ad acqua, ed è anch’esso equipaggiato con barra falciante originale. Terzo modello è un F17 cabinato, del 1957, recuperato nel Ferrarese, con motore MWM bicilindrico raffreddato ad aria da 22 cavalli, usato da Rinaldi in particolare sullo Stelvio, perché robusto e anche perché da lui “adattato” per caricare fino a 7 persone.

Restauro meticoloso
Due i Same presenti in collezione: un 250 Serie Automazione cabinato (in questa foto) e un 450 V (nella foto successiva), dove si notano i fori sul cruscotto per chi voleva installare un parabrezza
Un 450 V , dove si notano i fori sul cruscotto per chi voleva installare un parabrezza.

Dopo questi tre modelli, inizia la “serie moderna”, ovvero i Fix, che segnano la definitiva scomparsa del nome Dieselross. Rinaldi possiede un Fix 1 del 1961, con motore sempre MWM bicilindrico da 17 cavalli, raffreddato ad aria e molto compatto. «La cosa bella di questa serie – evidenzia Rinaldi – è che anteriormente presenta delle balestre che rendono la guida confortevole, molto di più rispetto per esempio ai Same dello stesso periodo». Completano la serie tre modelli Fix 2/W, del 1960 (22 cavalli), 1961 (19 cavalli) e 1964 (19 cavalli), caratterizzati da motore MWM bicilindrico raffreddato ad acqua.

Rinaldi ha rifatto anche molte delle targhette dei suoi Fendt

Nel modello del 1960 i fanali sono “inglobati” nel cofano, mentre i due successivi li montano esterni, perché per poter essere esportati e omologati in Italia dovevano essere più sporgenti. Inoltre, il modello del 1964 presenta la particolarità del telaio bicolore.

In principio fu l’Oto

Come anticipato, nella collezione di Rinaldi non ci sono solo Fendt. La parte del leone la fanno tre Oto Melara, due dei quali sono quelli originali dell’azienda di papà Alessandro, ovvero il 18 sopracitato da 18 cv del 1950 e un C25 tipo R4 da 25 cv del 1953. Di quest’ultimo, troviamo anche il tipo 2R3, sempre da 25 cv, che nasceva come evoluzione del 18 e venne a sua volta “sostituito” dal C25 R4.

Primo piano del motore del Fix 1, molto distante dalle zavorre situate nella parte anteriore del cofano
Fiat 211 R (a sinistra) e 221 R (a destra)

Nella sua collezione, Rinaldi ha cercato di riprendere alcuni degli acquisti che fece a suo tempo il padre, per cui troviamo anche marchi come Nuffield, Same e Lamborghini. Per quanto riguarda Same, ci sono due modelli: un 250 Serie Automazione del 1962, con motore a due cilindri in linea da 45 cavalli, e un 450 V del 1964, con motore quattro cilindri a V da 51 cavalli. Il 250 di Rinaldi presenta anche la cabina, che veniva costruita fuori e poi assemblata nello stabilimento di Treviglio. Sia il 250 sia il 450 V uscivano con due fori sopra il cruscotto per montare un semplice parabrezza e comunque si poteva installare la cabina intera.

Rinaldi ospita anche uno Steyr T84e (in questa foto e una Landinetta (nella foto successiva) dell’amico Roberto Torreggiani
Una Landinetta dell’amico Roberto Torreggiani

Per quanto riguarda Lamborghini, invece, è presente un 2R del 1966 con cofano squadrato (quando praticamente finisce la serie) e motore Lamborghini FL2 da 26 cv. Da segnalare, infine, due Fiat: una 211 R normale, ancora da restaurare, e una 221 R, più bassa della 211 R proprio per passare sotto le piante da frutto. 211 R a parte, tutti i modelli di Rinaldi sono stati meticolosamente restaurati e in fase di certificazione Asi, perché, spiega Rinaldi, «la certificazione Asi sarà l’unica strada percorribile per iscriverli in un albo e poter un giorno circolare su strada».

Foto di gruppo: da sinistra Rino Rinaldi (cugino di Marco), Roberto Torreggiani, Marco Rinaldi, Carmen Carretti (mamma di Marco), Alessandro Rinaldi e Sara Rinaldi

Con la figlia anche lei appassionata, per Rinaldi non esiste il problema di chi si prenderà cura di questi gioielli. Anzi, è già pronto il prossimo acquisto: un Fendt F 12. «Ogni volta dico che è l’ultimo, ma poi si trova sempre qualcosa di interessante da comprare». E da chi ha sempre comprato/restaurato e mai venduto, non c’è da sorprendersi.

Di generazione in generazione, la passione per i trattori d’epoca non ha età - Ultima modifica: 2020-02-26T15:52:24+01:00 da Francesco Bartolozzi

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