Colonizzazione di ritorno?

Si susseguono acquisizioni, annunci di acquisizioni e voglie di acquisizioni

«Quando una freccia è incoccata nell’arco, prima o poi bisogna scoccarla».
Il proverbio cinese pare essere particolarmente di moda nel mondo della meccanizzazione agricola.
Soprattutto a Pechino e dintorni, ma anche a qualche migliaio di chilometri a est (India) e a diverse migliaia di chilometri a ovest (oltrepacifico, in terra statunitense).
Poichè il fermento nel comparto è davvero consistente, le frecce in faretra evidentemente molteplici e si susseguono acquisizioni, annunci di acquisizioni e voglie di acquisizioni.
La recente Agritechnica di Hannover si è rivelata una sorta di sineddoche del fenomeno in atto e del fermento settoriale.
Poco prima dell’appuntamento tedesco aveva dato fuoco alle polveri John Deere, annunciando l’acquisto delle seminatrici francesi di Monosem.
Poi, in Bassa Sassonia, è arrivato il colpo di Trelleborg che ha messo le mani sugli pneumatici Cgs (Mitas) e, di fatto, è diventato di dominio pubblico l’imminente passaggio di un marchio storico di trattori come Goldoni alla corte dei cinesi di Foton/Lovol.
Da qui a poco potrebbero arrivare l’atteso, e a più riprese annunciato, acquisto nel campo delle attrezzature da parte di New Holland e qualche mossa del terzo colosso mondiale della meccanizzazione, gli americani di Agco.
E ancora. Altri gruppi cinesi (Zoomlion, per citarne uno, molto ‘visibile’ ad Hannover) stanno
muovendo le proprie pedine nel Vecchio Continente, guardando con interesse al mondo trattoristico. Altri paiono più attenti agli pneumatici.
A questi si aggiungono le forze indiane. L’impatto di Bkt è palese a tutti, Atg conta di crescere in maniera analoga e si attendono passi dagli altri big del subcontinente, Mahindra e Tafe (Tractors and Farm equipment), non fra gli ultimi in termini di peso economico, visto che registrano fatturati a nove zeri di euro.
Dunque in poco tempo la mappa dei poteri forti della meccanizzazione agricola potrebbe, diciamo così, modificarsi sensibilmente.
Ciò che appare evidente è il cambio della direzione dei movimenti.
Il Vecchio Continente e le imprese che lo animano e lo caratterizzano non sono più i movie-maker, ma spesso diventano oggetto di desiderio.
Un tempo i ‘colonizzatori’ erano francesi, inglesi, spagnoli e, in campo agricolo, un po’ anche gli italiani.
Ora, se si esclude, la ‘parentesi’ Trelleborg, è l’onda lunga sino-indiana a tirare le fila.
Le imprese asiatiche hanno lasciato la bonaccia e muovono sull’Europa a ritmo di fortunale, per usare termini da scala Beaufort.
In una sorta di colonizzazione di ritorno che, se nel breve periodo può essere vista come un’ancora
di salvezza per molte imprese ormai al limite della sostenibilità economica, nel medio/lungo
periodo potrebbe minare (e fagocitare) le imprese europee, italiane in primis, visto che il Belpaese ha ancora la leadership a livello di numero di costruttori.
Un fenomeno che in questo momento appare ineluttabile. E che solo l’ingegno e (forse) lo ‘stellone’ italiano possono provare a modificare. O, quantomeno, a limitare.

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