Lavorazione del terreno, parola d’ordine rispettare il suolo

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La lavorazione ridotta superficiale prevede il ricorso ad attrezzi più leggeri che operano a ridotte profondità di lavoro e che usano ancore o dischi o versoi e rulli.
Erosione e compattamento del terreno sono evitabili ricorrendo alle giuste tecniche di lavorazione

Il consumo di suolo è uno degli elementi da tenere più sotto controllo per l’agricoltura italiana. E in questo senso la scelta ottimale del sistema di lavorazione è determinante.
«Il problema del suolo è stato evidenziato molto bene dai numeri dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) – ha evidenziato Luigi Sartori, dell’Università di Padova, in occasione di un seminario organizzato da FederUnacoma assieme alla Regione Emilia Romagna –: la percentuale di consumo in Italia è passata dal 2,6% del 1953 al 6,4% nel 2013 e nel periodo 2008-2013 ogni secondo si sono persi 6-7 m2 di terreno, pari a 55 ettari al giorno. Le lavorazioni del terreno possono fare molto in questo senso, perché adottando un idoneo sistema di lavorazione è possibile ridurre l’erosione, aumentare la sostanza organica, ridurre il compattamento, riacquistare in biodiversità e controbattere la desertificazione».

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Tra le attrezzature per le lavorazioni senza inversione di strati troviamo i coltivatori pesanti semplici o combinati e le vangatrici.

Continuando con i numeri, l’Italia ha una erosione idrica doppia rispetto a quella europea: si parla di 3 t/ha di suolo perse ogni anno. Le zone maggiormente interessate sono quelle collinari dell’Italia Centrale e Meridionale. Inoltre, i trattori hanno quadruplicato il proprio peso negli ultimi 50 anni (da 2-3 t degli anni 50 a oltre 9 t nel 2006), mentre la superficie del terreno è calata, per cui c’è un problema di compattamento dovuto al traffico delle macchine (si parla di un 36% di suoli a rischio). Chiudendo con la sostanza organica al suolo, sono in aumento le zone con contenuto in carbonio inferiore o intorno all’1%, un livello già molto basso, che suona come campanello d’allarme perché erosione, compattamento e riduzione progressiva della sostanza organica (negli ultimi 30 anni si è verificato questo) portano alla desertificazione. Si parla di un pericolo di desertificazione per il 21% della superficie italiana, ma la percentuale sale al 41% se consideriamo il Sud Italia e al 70% nel caso della Puglia.

Continue lavorazioni conservative
Fatta questa premessa, le tecniche di lavorazione del terreno che sono inserite nell’agricoltura conservativa possono contribuire a rimediare o bilanciare questi effetti. «Con l’adozione di tecniche di agricoltura conservativa da parte del 30% delle aziende in Italia si avrebbe una riduzione nelle emissioni di 8 Mt CO2 / anno, pari al 40% delle riduzioni richieste dai protocolli internazionali, e una riduzione dell’erosione di 14 Mt / anno, pari al 36% delle perdite di suolo – ha spiegato Sartori –.

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Fig. 1 – Sostanza organica al suolo e aree sensibili alla desertificazione in Italia

L’agricoltura conservativa si fonda su tre pilastri (continue lavorazioni conservative, continua copertura del terreno e rotazioni) e non si può parlare di agricoltura conservativa se manca anche uno solo di questi pilastri. Le lavorazioni conservative sono quelle che lasciano in superficie i residui vegetali e altra fitomassa per proteggere il terreno dall’erosione e aumentarne il contenuto di sostanza organica. Non prevedono tecniche di lavorazione profonda con inversione degli strati (leggi aratro), ma sistemi semplificati che disturbino meno la superficie del terreno. All’interno di queste lavorazioni si possono annoverare, in ordine di energia richiesta calante, la lavorazione senza inversione strati, la lavorazione superficiale, la semina diretta, lo strip-till / ridge till e la non lavorazione. Tutte queste migliorano la fertilità del terreno (sostanza organica), riducono l’erosione, riducono le emissioni di gas nell’atmosfera (effetto serra) e migliorano l’habitat delle specie animali del suolo (dai microrganismi ai mammiferi)».

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Lo strip tillage è una lavorazione che interessa solo una striscia di terreno (strip) della larghezza di circa 20 cm in concomitanza della quale avverrà la semina.

 

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Le seminatrici su sodo non effettuano alcuna lavorazione del terreno, fatta eccezione per lo stretto solco in cui sarà deposto il seme.

Come detto, il compattamento è il nemico principale della non lavorazione del terreno. «Le esperienze fatte dicono che su terreni compattati la riduzione di produzione oscilla dal 15-20% dei cereali al 30% per colture come il colza oppure nel caso di terreni particolarmente pesanti – ha riferito Sartori –. Per ridurre il compattamento ci sono tre soluzioni: aumentare la capacità portante del terreno con inerbimenti, cover crop, letamazioni e rotazioni, intervenendo sempre quando il terreno è in condizioni ottimali; ricorrere al traffico non controllato riducendo la pressione specifica esercitata sul suolo e limitando il numero di passaggi grazie al ricorso ad attrezzature associate o combinate; ricorrere al traffico controllato concentrando tutti i passaggi delle attrezzature su appositi corridoi trafficati solo dalle macchine. Quando, invece, la situazione è tale per cui il compattamento può solo essere “curato”, l’unica soluzione è il ricorso a decompattatori o arieggiatori che smuovono e arieggiano il terreno in profondità evitando un rimescolamento degli strati superficiali.

Continua copertura del terreno
Passando al secondo pilastro (continua copertura del terreno), non si può pensare di fare semina su sodo quando non si abbinano le cover crop a una ottimale gestione del terreno. «Il fatto che il terreno sia sempre coperto comporta diversi vantaggi – ha continuato Sartori – tra cui aumento della fertilità del terreno, limitazione dei fenomeni erosivi e della lisciviazione dei nitrati, competizione nei confronti delle infestanti, azione pacciamante sul terreno, controllo della compattazione, minori costi di coltivazione e di semente, minore invasività delle cover crop e minore difficoltà nella terminazione.

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Semina diretta con combinata: in un solo passaggio esegue lavorazione e semina.

Per la gestione del residuo colturale si ricorre ad attrezzature specifiche come trinciastocchi, rulli decespugliatori, erpici strigliatori e vertical tiller, mentre la semina delle cover crop può effettuarsi su terreno lavorato e preparato più o meno accuratamente, in contemporanea con la lavorazione delle stoppie, in combinazione con erpici rotanti o dischi e su terreno non lavorato a spaglio o con seminatrici da sodo. Ma il problema più grosso riguarda la terminazione delle cover crop: la soluzione più veloce, efficace, economica è quella di distruggerle per via chimica, mentre in regime biologico si fa in modo di scegliere quelle che poi vengono abbattute dal freddo oppure si ricorre a metodi meccanici (interramento superficiale, trinciatura, taglio sotto-superficiale, rullatura con rulli allettatori detti crimper)».

I 10 COMANDAMENTI DELLA NON LAVORAZIONE
I. Migliora la conoscenza della tecnica soprattutto sulla gestione delle malerbe
II. Analizza i suoli
III. Evita i suoli con cattivo drenaggio
IV. Livella il terreno
V. Evita il compattamento
VI. Produci la più alta quantità di biomassa possibile
VII. Scegli la seminatrice adatta
VIII. Inizia con un 10% della superficie
IX. Usa rotazione e cover crop
X. Preparati a imparare sempre e stai sempre aggiornato sulle nuove tecnologie

 

NUOVE TECNOLOGIE NEI CONTROLLI

Molte misure agroambientali proposte dalle Regioni sono di difficile attuazione, in quanto non è facile controllare l’effettiva esecuzione delle lavorazioni soggette a contributo. «Il problema è reale – ha spiegato Sartori – perché è difficile per un controllore andare a vedere a che profondità è stato lavorato il terreno oppure se è stata effettivamente usata la tecnica della non lavorazione.
Le verifiche possono essere in loco o amministrative. Le prime avvengono su una piccola percentuale delle domande agroambientali presentate e vengono effettuate nel momento in cui è possibile verificare gli impegni e gli obblighi (occorre che il tecnico sappia riconoscere se la macchina è conservativa oppure no). Le seconde si effettuano sul totale delle domande presentate tramite il confronto coerente con i dati del fascicolo aziendale e tutti quelli dei diversi database resi disponibili. Anche in questo caso le tecniche di agricoltura di precisione (telemetria e tracciabilità Qci e Ict) sono importanti, perché agevolano la stesura dei quaderni di campagna informatizzati, in modo tale che l’informazione del come, dove e quando sia trasferita tramite cloud e telemetria direttamente all’ente di controllo. Questa potrebbe essere una rivoluzione importante e basterebbe garantire forme di premialità per chi adotta queste macchine, oltre alla riservatezza dei dati.
Altra cosa riguarda, invece, il telerilevamento, perché nel controllo amministrativo è possibile recuperare mappe fornite da satelliti che indicano le condizioni dell’appezzamento. In questo senso l’uso di indici di vegetazione reperibili dai dati del satellite consente di ottenere serie temporali che indicano la presenza o l’entità della vegetazione. In altre parole, tramite particolari indici di vegetazione e grado di copertura del terreno si riesce a capire quale tecnica di lavorazione e quale coltura sono state utilizzate». F.M.

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