Alla meccanizzazione agricola serve una scossa

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Innovazione, ricerca, genialità, spazio ai giovani e programmazione

Innovazione, ricerca, genialità, spazio ai giovani e programmazione. È questa in sintesi la ricetta per provare a dare un futuro diverso a una meccanizzazione agricola che ha sì fatto passi da gigante in un secolo, ma che ora, per usare un termine caro ai motoristi, batte un po’ in testa. Soprattutto quella italiana. Cito da una dettagliata analisi effettuata da Andrea Bedosti, ora al vertice di Lovol/Arbos, a un recente incontro organizzato dall’accademia nazionale di agricoltura. La produzione di trattori in Italia nel 1980 era di 129mila unità, su un totale mondiale di 1,3 milioni. Ergo la quota di mercato era attorno al 10%. Nel 2008 questa quota era scesa al 6,2% e, nel 2013, si era scesi ancora: 71mila trattori prodotti in Italia su un totale mondiale di 2.150.000 macchine, con una quota del 3,3%.

Un calo importante che spinge a chiedersi: per quanto tempo le competenze italiane, storicamente elevate, spesso straordinarie, possono restare? E, analogamente, spinge a rispondersi: occorre un Piano politico nazionale di sviluppo integrato di settore, bisogna credere e supportare la ricerca e sviluppo, sostenere le imprese in grado di rimanere competitive e, punto chiave, non va disperso il patrimonio di conoscenza di settore, ma va rivitalizzato con investimenti mirati su giovani e ricerca. Un’analisi precisa e più che condivisibile. Che, tuttavia, si scontra con una situazione interna davvero complessa.

Per il dato ufficiale occorrerà attendere qualche mese, ma sembra davvero molto probabile che il 2016 possa chiudersi con il record storico negativo di immatricolazioni di trattori: si dovrebbe infatti scendere sotto la soglia delle 18mila macchine.

A ciò si aggiunge un’inversione di tendenza nella vendita dei trattori di alta potenza.

Negli ultimi anni si è assistito a una costante crescita della potenza media dei trattori e il comparto degli over 200 CV era quello più resistente alla crisi.

Quest’anno no.

Il segmento è in forte calo. Qualcuno parla di un -20% medio. C’è chi si spinge oltre, in negativo. Al di là del numero, ciò che va sottolineato è il cambiamento di scenario. Frutto, ormai è chiaro, di una crisi strutturale, difficile da modificare.

La scossa deve arrivare alle imprese agricole. In questo momento, in una crisi di redditività inedita e prolungata che, per definizione, incide direttamente sulla propensione all’investimento e sulla programmazione. Senza marginalità, o con marginalità più che risicate, difficilmente si acquistano mezzi che costano decine o centinaia migliaia di euro.

Si tiene ciò che si ha. E lo si fa bastare.

Il punto di partenza deve essere a monte.

L’azienda agricola. Poichè senza un solido anello la catena brilla per debolezza.

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