Pneumatici, metti i nastri al tuo trattore

La cingolatura riduce il compattamento e fa molto bene anche ai conti aziendali: lo dimostra una ricerca dell’Università di Piacenza

Il compattamento è, assieme all’erosione, all’acidificazione e alla perdita di nutrienti, una delle dieci maggiori minacce all’impiego agricolo del suolo, secondo il rapporto Fao del 2015. E questo non è, di certo, un mistero. Come non è una novità che da tempo, ormai, ricercatori e addetti ai lavori siano impegnati a trovare soluzioni contro un problema che mina alle radici – è il caso di dirlo – la fertilità del terreno.

La questione è assai complessa e si scontra frontalmente con la tendenza all’aumento delle potenze – e dimensioni – delle macchine operatrici. È ovvio che sia difficile rispettare la porosità del terreno, se ci si passa con 20 o 30 tonnellate di trincia più carro al seguito. Il compattamento si manifesta infatti quando per un eccesso di peso la porosità del suolo si riduce, fin quasi ad azzerarsi. «Il terreno – spiega Vincenzo Tabaglio, associato di Agronomia all’Università Cattolica di Piacenza – ha in origine una struttura glomerulare ed è quest’ultima ciò che noi dobbiamo preservare. La potremmo definire una struttura “a pacchetti”, formati da particelle filamentose legate da un qualche tipo di cemento: di natura inorganica o organica. Il calpestamento del terreno provoca l’avvicinamento delle particelle, la conseguente riduzione della porosità e i noti problemi di ristagno e ridotta fertilità». L’agricoltura sostenibile, continua Tabaglio, mira a preservare la porosità del suolo, mantenendo in primo luogo i cosiddetti bio-canali, ovvero quei percorsi verticali, prodotti dalle radici delle piante o dai lombrichi, che facilitano la permeabilità all’acqua. «Si tratta di una forma di porosità continua: alla morte della pianta, la struttura radicale resta come rete di canali in grado di assicurare una porosità ben superiore a quella dell’aratro», conclude il docente, ricordando che sia l’aratura sia la minima lavorazione, in parte, a lungo andare producono una suola di lavorazione impermeabile. Ovviamente a profondità diverse, ma con il medesimo effetto.

Cingoli: una soluzione?

Esempio di cingolatura su trattore di alta potenza.

Siccome fermare lo sviluppo tecnologico è impossibile, si studiano contromisure per far sì che trattori e relativi attrezzi gravino meno sul terreno. In assenza di soluzioni alate, si ricorre agli pneumatici a bassa pressione o al gemellaggio delle ruote. Inoltre, da qualche anno si sceglie con sempre maggior frequenza la cingolatura di almeno uno dei due assi. Lo fanno i costruttori, in primo luogo, offrendo i cingoli come opzione di fabbrica su alcune macchine. Si veda, per esempio, Claas con le sue mietitrebbie Terra Trac, ma anche John Deere, o le ultime New Holland e Case IH. Marchi, questi ultimi, che montano cingoli di fabbrica anche su alcuni trattori di alta potenza, come il Magnum Row Trac o il T8 Smart Trax. Senza dimenticare i Challenger-Fendt, gli 8 e 9 RT John Deere, i Quadtrac di Case IH e i ben più piccoli Kubota Power Crawler. Infine, tutti i trattori possono essere cingolati, una volta usciti dalla catena di montaggio, grazie a costruttori specializzati, che hanno ormai raggiunto un alto grado di sofisticatezza tecnologica, con soluzioni adatte a tutti i modelli.

Grazie a una superficie di appoggio superiore di oltre il 50% a quella dello pneumatico, il cingolo (o semicingolo) riduce in misura proporzionale la pressione al suolo e, di conseguenza, il compattamento del medesimo. Questo assunto è in sostanza accettato da tutti e vedremo più avanti che resiste anche alla prova dei fatti. Se i cingoli sono tutt’ora meno diffusi di quanto meriterebbero, dipende dunque non dalla loro efficacia, ma da alcune controindicazioni cui sono comunque frequentemente associati: alto costo di acquisto, complessità di gestione rispetto allo pneumatico, riduzione della manovrabilità del trattore.

Esempio di cingolatura su trattore di alta potenza.

Abbiamo scritto che il miglior galleggiamento dei trattori cingolati è un praticamente un dato di fatto. Ma è anche confermato dai test, oltre che dal buon senso? Per togliere ogni dubbio, i ricercatori dell’Università di Piacenza hanno effettuato due prove distinte. La prima, agro-ingegneristica, ha riguardato gli effetti della cingolatura sul terreno e sulla resa colturale, mentre la seconda ha preso in esame i costi e i benefici economici del passaggio da una gestione del terreno con trattori gommati a un’altra con parziale o totale uso di macchine cingolate, per valutare se l’ipotizzato incremento di costi fosse giustificato da risparmi in materia di manodopera, organizzazione del lavoro e simili.

Campo di prova è stata l’azienda agricola dei fratelli Premi, una grossa realtà della provincia di Cremona che da qualche anno si sta convertendo ai cingoli. Qui i tecnici hanno misurato il compattamento del terreno prodotto da due sistemi di lavorazione alternativi: quello convenzionale, eseguito con un John Deere 8285R e un Massey Ferguson 6455, e quello “cingolato”, realizzato sfruttando un 8270 R John Deere e un T5 New Holland. Entrambi dotati (il T5 soltanto sull’assale posteriore) di cingolatura Camso, uno dei marchi più noti nel settore. I risultati sono quelli che ci si attendeva: per quanto riguarda gli 8R (impiegati per la preparazione del terreno), la macchina cingolata aveva una superficie di appoggio doppia del gommato. Rispettivamente, 2,2 e 1,66 metri quadrati sull’assale posteriore e anteriore, contro 1 e 0,72 mq per il JD 8285 gommato. Differenze evidenti anche sui trattori usati per la semina: 0,94 mq per l’assale posteriore cingolato del T5, contro 0,40 mq per quello, gommato, del Massey Ferguson. La differenza di pressione al suolo è stata, in quest’ultimo caso, di 1,64 kg/cm2 contro 2,28 kg per centimetro quadrato del gommato puro, con un compattamento del suolo, rilevato con apposite sonde, superiore del 15% per l’MF gommato.

Esempio di cingolatura su trattore di alta potenza.

Un carotaggio dei terreni ha permesso di appurare che la massima differenza di compattamento si è avuta all’incirca tra 8 e 25 cm, profondità al di sotto della quale il cingolato non faceva più sentire i suoi effetti sul terreno, mentre il peso del gommato, non mitigato dai cingoli, provocava ancora danni alla struttura del suolo (figura 1). Gli effetti sulla resa produttiva, infine, non sono eclatanti, ma comunque degni di nota: si è calcolato un vantaggio produttivo del 6,5% per i cingolati nel triennio 2015/2017, periodo di durata del test. Tradotto in valori assoluti, significa circa una tonnellata in più per ettaro, calcolando una resa annuale media di 15 t/ha (figura 2).

Sorpresa: si risparmia

Ancor più interessanti – e sicuramente inaspettati – i risultati della seconda ricerca, coordinata dal professor Gabriele Canali, associato di Economia agroalimentare sempre alla Cattolica di Piacenza. «Abbiamo voluto calcolare gli effetti su costi e redditività dell’uso di macchine cingolate in luogo delle tradizionali gommate. In altre parole: quanto ci costa, o viceversa quanto ci fa risparmiare, adottare questo tipo di tecnologia. Per questo motivo abbiamo monitorato l’andamento economico di un’azienda in fase di conversione da un parco macchine tradizionale a uno cingolato, cercando di capire come queste scelte modificavano la redditività aziendale. Ci siamo concentrati, soprattutto, sulle differenze tra costi e ricavi, non prendendo in considerazione i costi in sé, ma le modifiche dei costi e del reddito nel passaggio da una fase all’altra». L’azienda, appartenente alla famiglia Premi, ha una superficie di 260 ettari e produce 150 ettari di mais in primo raccolto e 110 in secondo raccolto, oltre a 110 ettari di grano. Nel giro di tre anni è passata da una gestione del tutto tradizionale a usare il digestato (primo anno) e poi a introdurre progressivamente la cingolatura dei mezzi: dapprima su poche operazioni (erpicatura, semina, distribuzione dei reflui) e infine sulla quasi totalità delle lavorazioni. Scenario, quest’ultimo, che si realizzerà soltanto nel 2018, ragion per cui i numeri che riportiamo relativamente all’ultimo periodo sono frutto di stime. Ciò nonostante, sono sorprendenti. Nel passaggio dalla gomma al cingolo si guadagnano oltre 350 ore di lavoro l’anno (da 1.051 a 682). Il che, calcolando un costo di manodopera di 20 euro l’ora, determina un risparmio di 7.300 euro, cui si aggiunge quello per il gasolio (10mila euro circa) e per l’ammortamento delle macchine (ben 26.400 euro), dovuto al fatto che l’uso di mezzi cingolati permette di intervenire con maggior tempestività e pertanto di fare lo stesso lavoro con meno trattori (tabella 1 e tabella 2).

Prototipo di cingolatura Camso su trattore attorno ai 100 cavalli.

Fatti i conti, e non considerando le spese su cui la cingolatura non influisce (mezzi tecnici e fabbricati, per esempio) si ottiene una riduzione di costi di oltre 45mila euro, cui si deve aggiungere una tonnellata circa per ettaro di maggior produzione di mais. «Tra i benefici non economici, ricordiamo la più facile organizzazione del lavoro, in quanto la cingolatura consente di intervenire con più tempestività dopo le piogge, la minor sovrapposizione tra lavorazioni diverse e l’aumento delle finestre temporali per eseguire gli interventi. Non vanno poi dimenticati – ha concluso Canali – i benefici ambientali, come la riduzione delle emissioni, l’incremento di fertilità e il miglior uso dell’acqua». Due, essenzialmente, i limiti individuati dal docente: «In primo luogo, la dimensione aziendale: occorre una certa superficie affinché l’adozione dei cingoli dia vantaggi. In secondo luogo, è importante la struttura dell’azienda. La dislocazione in più corpi, per esempio, complica le cose, in quanto, come noto, i trattori cingolati non sono particolarmente a loro agio su strada».

L’opinione di chi li usa

La parte conclusiva dell’incontro è stata dedicata a una tavola rotonda alla quale hanno partecipato i titolari di alcune aziende coinvolte nel test o che comunque fanno da tempo uso di macchine cingolate. Si tratta di Massimo Salvagnin, di Porto Felloni, Renato Ronco, della fratelli Ronco, Giancarlo Premi, titolare della realtà che ha ospitato il test e infine Alessandro Bisagno, dell’azienda agricola omonima. Tutti hanno confermato i vantaggi dell’uso di macchine cingolate, soprattutto in termini di risparmio del carburante e maggior facilità di intervento in caso di condizioni atmosferiche avverse. Senza dimenticare, naturalmente, la forte riduzione nel compattamento del terreno. La prima cosa da notare è come la quasi totalità degli intervenuti abbia iniziato a usare i cingoli come soluzione di emergenza o comunque per risolvere problemi contingenti. È il caso, per esempio, dell’azienda Ronco, che acquistò il primo set nel 2013, per distribuire i liquami su terreni zuppi di pioggia. Lo stesso fecero i fratelli Bisagno, per riuscire a fare l’aratura in risaia. Giancarlo Premi, infine, aveva fatto uguale scelta l’anno precedente: «Li usammo per la prima volta nel 2012, per riuscire a seminare in un autunno particolarmente piovoso». Fuori dal coro soltanto Massimo Salvagnin, che spiega come in zona di bonifica (Ferrarese) si usassero i cingolati in ferro già 50 anni fa. «Andarono un po’ in disuso con l’arrivo dei gommati di alta potenza, ma la nascita dei nastri in gomma li ha riportati in auge. Noi li abbiamo reintrodotti da 17 anni e dal 2012 lavoriamo con i quattro cingoli su trattori comuni, per un totale di tre macchine cingolate, al momento». Dopo un approccio spesso casuale, in tutte le aziende l’uso del cingolo è diventato rapidamente pratica comune e in costante espansione: Bisagno, attualmente, ci fa semina, livellamenti e anche compattamento della trincea. Premi, invece, li usa per la preparazione del terreno in minima lavorazione e si sta attrezzando per fare in un passaggio semina combinata e diserbo. Renato Ronco, da ultimo, ha spiegato che dalla distribuzione dei liquami è passato alla preparazione del terreno e alla raccolta e conta di estendere ulteriormente il campo d’impiego.

Prototipo di cingolatura Camso su trattore attorno ai 100 cavalli.

Interessanti, infine, le considerazioni di massima su questa soluzione. «Sulla minima lavorazione – ha spiegato Giancarlo Premi – la cingolatura è fondamentale, perché i danni del compattamento, altrimenti, sarebbero evidenti. Al contrario, lavorando con i cingoli senti che il terreno resta soffice sotto i piedi, quando cammini nel campo. Infatti si calpesta pochissimo lo strato superficiale di terreno, quello interessato dalla minima lavorazione». Grazie ai cingoli, Salvagnin ha cambiato addirittura l’agronomia: «Lavorando con le orticole industriali, facciamo secondi e anche terzi raccolti. I cingoli ci garantiscono tempestività di semina e interventi in un quadro in cui l’industria richiede tempi molto rigorosi per la consegna dei prodotti». Premi sottolinea che la differenza, per quanto riguarda la sua azienda, è evidente soprattutto sui cereali vernini, ma che la riduzione del compattamento permette di uniformare anche le rese del mais, portando in trincea un prodotto d’eccellenza e migliorando così la salute della mandria.

Tra i vantaggi principali, evidenziati come si è visto da tutti gli agricoltori, vi sono sia la riduzione dei costi di carburante sia la possibilità di intervenire rapidamente in caso di piogge. Unanime, anche, la conferma che la maggior versatilità dei trattori cingolati consente di snellire il parco macchine, realizzando sostanziali risparmi sulle spese generali.

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